CAMPO BOARIO

lettera al sindaco per sgombero campo boario dic. 2004

Caro Sindaco,Le scriviamo a proposito delle ultime vicende del Campo Boario di Testaccio, un luogo a cui teniamo molto e di cui nel tempo abbiamo seguito le trasformazioni. Per alcuni anni abbiamo condiviso con la comunità curda il centro Ararat, dove con il sostegno della Fondazione Olivetti e di Villa Medici, abbiamo costruito un luogo di incontro tra le arti, le culture e la società civile, un progetto di arte pubblica che ha trasformato il Campo Boario in un importante terreno comune di studio e di confronto. Non abbiamo mai smesso di monitorarlo, di osservarlo, di stargli vicino. Pochi giorni prima dello sgombero vi avevamo organizzato un workshop con gli studenti della vicina Facoltà di Architettura di Roma Tre, insieme a loro abbiamo condiviso l’esperienza di fotografarne la situazione nel massimo della sua complessità e di vederla cancellare sotto i nostri propri occhi. Le faremo avere i materiali.

Eravamo presenti nel momento dello sgombero giovedì 2 dicembre, è stata una brutta esperienza e siccome crediamo che a lei nessuno lo abbia raccontato, abbiamo deciso di portarle questa nostra testimonianza insieme ad alcune riflessioni sul valore e le potenzialità di questo spazio. Premettiamo di non essere mai stati strenui difensori dello status quo: un intervento del Comune era sicuramente auspicabile mentre continuare a lasciarlo allo stato di abbandono sarebbe stato criminale, come lo è stato in tutti questi anni. Consideriamo anche l’arrivo dell’Accademia di Belle Arti e del Mercato dell’Altra Economia dei fatti molto positivi, così come pensiamo che le condizioni di vita nelle baracche erano assolutamente inaccettabili. La situazione doveva essere affrontata, lei lo ha fatto, lo sta facendo, e questo è un suo merito.

Era un momento importante, il primo in cui il Comune entrava al Campo Boario, e ci sarebbe piaciuto che lei avesse fatto questo primo passo in modo veramente esemplare, da Sindaco di Tutti, anche di quelle cinquanta persone che vivevano nelle baracche, non tutti spacciatori come le sarà stato detto, ma anche richiedenti asilo, rifugiati politici, comunque persone. Ci sarebbe piaciuto che la richiesta di trasferimento in un’altra abitazione per fare posto ad altre attività, fosse stata esemplare per il rispetto della persona. Forse fare una cerimonia di addio sarebbe stato chiedere troppo, ma far sapere a quelle persone dove sarebbero andati ad abitare, magari qualche giorno prima di demolirgli casa, questa sarebbe stata una normale regola di educazione civica.

Vede Signor Sindaco, si può essere esemplari anche nel demolire le baracche. Per esempio si può dare qualche giorno di preavviso o almeno aspettare che tutti gli abitanti siano tornati. Abbiamo visto una signora rumena che è tornata a casa e non ha trovato più nessuna delle cose che l’avevano accompagnata per una vita. Si può per esempio aspettare per mettere in moto le ruspe, evitare di demolire la baracca sotto gli occhi di chi ha faticato a costruirsela, perché costruirsi una casa, lo spazio intorno a sé, è da sempre un rito, da millenni, per ogni persona. Con le baracche abbiamo visto sparire molte altre cose: tanti cavalli, un piccolo maneggio per pony, una fattoria dove i bambini del quartiere andavano a vedere gli animali, maiali, galline, conigli, pecore; un’area giochi con cavallino a dondolo, scivolo e tricicli a disposizione dei figli dei curdi, dei nomadi e dei baraccati; l’atelier improbabile del “pugliese” un personaggio storico del quartiere; una mostra permanente allestita in una stalla da un etologo molto cordiale, alcuni tipici cavallari testaccini che avevano lavorato nel mattatoio e non se ne erano più staccati. Già soprattutto tante persone: molti erano rumeni, altri senegalesi, alcuni moldavi, ucraini, marocchini, tunisini, turchi, iracheni, albanesi, bosniaci, uno era scappato dalla guerra ed arrivato a piedi, dall’Afghanistan fino al Campo Boario.

Non c’è stata violenza fisica, è vero, non essendoci stata nessuna resistenza. Ma noi di violenza ne abbiamo vista molta. Abbiamo visto dividere i deboli dai più deboli: chi sarebbe rimasto da chi sarebbe dovuto ripartire. I curdi e i nomadi assistevano muti chiedendosi quando sarebbe stato il loro turno, quale la loro sorte. Si erano salvati è vero, ma qualche cosa si era rotto, si stavano macchiando della colpa dell’Homo Hominis Lupus. Costretti a vedere senza poter parlare. Costretti al silenzio.Eravamo presenti anche al suo discorso d’inaugurazione dei lavori per il mercato dell’altra economia, e anche lì c’era un silenzio molto strano. Solo una ragazza nomade, Charlotte, ha preso il microfono per ricordarle di aver ricevuto il diploma di terza media dalle sue mani, come prima ragazza calderasha ad essere riuscita nell’impresa. Charlotte le ha detto di quanto la sua comunità è integrata nel tessuto sociale di Testaccio e di quanto sarebbe grave per loro uno spostamento in periferia dove sarebbero semplicemente “zingari” mentre qui sono persone che vanno al mercato, al bar, nei negozi, portando la loro cultura a mescolarsi con le altre del quartiere. Dopo l’intervento di Charlotte nessuno ha più preso il microfono. Nessuno ha parlato dello sgombero avvenuto pochi giorni prima, nessuno le ha chiesto quale sarà il proprio destino. Ma soprattutto nessuno ha risposto a Charlotte. Poi il tutto è passato in sordina, silenzio dei media, della città e degli abitanti del campo, di quelli che per il momento restano. Imbarazzo generale.

Ci sarebbe piaciuto sentirle dire che per lei il Campo Boario è una Città Laboratorio, che è il luogo simbolico dove affrontare quelle contraddizioni della società che di solito si nascondono tra le pieghe delle periferie. Che il progetto di “riqualificazione” (che brutta parola) prende le mosse dai valori di cui questo luogo, malgrado tutto, è portatore, e quindi sarà la Città dell’Accoglienza, dell’Ospitalità e della Solidarietà con l’altro, anche con chi ha diversi modi di abitare e di vivere la città. Che per lei è onore avere al centro di Roma un campo nomadi che è un esempio in tutta Europa per il suo livello di integrazione con il quartiere. Che in memoria delle tante culture che lo hanno abitato, questa sarà anche la Piazza dei Popoli, dove genti provenienti da tutto il mondo si incontreranno nei propri centri culturali e dove si celebreranno le tante festività che non trovano spazio nella nostra città, come già avviene con i grandi fuochi e balli del Newroz, il capodanno mesopotamico che ogni anno richiama i curdi da tutta Italia. Che i tanti mestieri presenti oggi saranno l’anima di quella Città dei Lavori che si dovrà mettere in piedi per ristrutturare lo spazio. Che insieme ai laboratori d’arte ci saranno laboratori artigianali, dove i curdi potranno tessere tappeti e i nomadi lucidare i metalli, trovando sinergie con l’Accademia e con il mercato dell’altra economia. Che il mattatoio da stanza della morte degli animali, si trasformerà simbolicamente in Città degli Animali, avrà una piccola fattoria e cavalli con cui passeggiare lungo il parco fluviale. Che il Campo Boario non è una superficie vuota come l’area dei Mercati Generali – futura Città dei Giovani – ma un mondo eccezionale, quasi surreale, che mai ci s’immaginerebbe di trovare in pieno centro, nel Primo Municipio. La Città dell’Altro che convive con la Città del Turismo.

Lei forse non riesce a vedere come tutte queste Città potrebbero convivere con la Città delle Arti, ed è per questo forse che ha fatto un primo passo falso. Già, ma le arti non dovrebbero essere proprio loro a tentare di comprendere la realtà, a tradurla, rappresentarla, raccontarla e magari anche a trasformarne i problemi in risorse? È un atto insensato ripulire una realtà complessa prima di darla in braccio alle arti, negare alle arti il proprio materiale vitale, la possibilità di entrare in relazione con le forti contraddizioni della società per magari comprenderle, forse trasformarle.È una grande occasione quella che le si presenta. Al Campo Boario si può inventare un tipo di spazio pubblico che è sicuramente innovativo, inedito, forse utopico, ma concreto, perché gia esiste.Un luogo esemplare per l’Europa, un luogo eccezionale per la città: un cortile aperto che riesce a contenere tanti mondi diversi che coabitano ed interagiscono tra di loro. Una città fatta di tante città sovrapposte, tutte diverse e tutte portatrici di importanti valori.Crediamo che il quartiere sia pronto, è da anni che accoglie i nomadi, i rifugiati curdi, i ragazzi del centro sociale, il passaggio dei cavalli. Crediamo che anche l’Università e l’Accademia di Belle Arti e il mercato dell’Altra Economia e il Centro di Cultura Giovanile, potrebbero con saggezza accettare questa sfida; per ultimo crediamo anche che una buona fetta del suo elettorato lo capirebbe. Ma bisogna avere coraggio, solo un po’ più di coraggio.

Roma 6 gennaio 2005

Stalker/Osservatorio Nomade

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